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Descrizione e notizie sul pregiato e famosissimo albero silano.
Il Pino che vive in Sila in pratica è il Pinus nigra sottospecie laricio varietà Calabrica. Si tratta di una specie appartenente alla grande specie collettiva del pino nero, questo come posizione tassonomica, viene chiamato comunemente Pino calabrese, pino silano, pino laricio silano, il tutto come termine abbreviato del nome più complicato ma esatto che sarebbe Pino nero laricio calabrese. Una specie di particolare aspetto, cresce colonnare ed elegante, non molto rastremato, intorno ai 100 anni di età può giungere facilmente a sfiorare i 40 metri ed il mezzo metro di diametro, anche se non si conoscono esemplari oltre i 50 metri ed oltre i 187 cm di diametro, pur essendo ancora oggi presenti in Sila ed in Aspromonte esemplari di ciclopiche dimensioni, citiamo come esempio conosciuto i pini della riserva biogenetica dei Giganti della Sila a Fallistro nei pressi di Croce di Magara dove esistono 48 esemplari di quasi 400 anni di età con dimensioni davvero ragguardevoli, sfiorano i 45 metri di altezza con diametri imponenti. Ma non sono gli unici giganti in quanto in specialmente in Sila ma anche in Aspromonte esistono esemplari relitti, veri patriarchi vegetali, cito dei pini giganti presenti nella Fossiata e del bosco del Corvo o del Gallopane, nell’ Arnocampo e a Zarella, nella Valle dell’ Ampollino e nei boschi di Re di Sole e Montenero oppure a Macchia di Pietro o Volpintesta ma pini colossali si rinvengono un po’ su tutta la Sila anche se isolati e scampati ai tagli, agli incendi e alle intemperie. Va detto che questa pianta, per ritornare alle caratteristiche di riconoscimento, oltre che a presentarsi slanciata e di tipica forma piramidale come chioma, specie da giovane, magari poi in età adulta la chioma assume una forma rotondeggiante se non piatta negli esemplari ultra secolari, il colore si tinge di un verde cupo, presenta una corteccia definitiva molto spessa che si screpola e di colore “cannello”. I rami sono brevi ed obliqui nelle giovani piante, più cresciuti nelle piante mature, a tratti quasi orizzontali e aperti nelle piante longeve e specie se presenti in spazi aperti e radure.
Ritornando alla chioma, questa ovviamente si compone delle lamine fogliari, nel pino abbiamo gli aghi, in questo caso sottili, lucidi e flessibili, la pigna, chiamata tecnicamente strobilo è di colore bruno – fulvo, maturano in due anni e sono ovali e sessili, le squame hanno un unghia nerastra nella faccia interna. Il Pino laricio silano, occupa in Italia la parte terminale dell’ Appennino meridionale, si tratta dei nuclei d’indigenato presenti su una superficie complessiva stimata intorno ai 48.000 ettari, sono altresì diffusi su tre settori ben separati, la Sila con il nucleo più consistente in assoluto, cioè ben 40.000 ettari, l’Aspromonte con circa 4.000 ettari e le parti più alte dell’Etna coperte a circa 4.000 ettari, bisogna dire che la specie del Pino laricio calabrese occupa circa il doppio rispetto alla specie affine del Pino laricio della Corsica. C’è da annotare una nota importantissima, a partire dagli anni’50 in Calabria è stata avviata una massiccia campagna di rimboschimento dove il Pino laricio silano è stato utilizzato come pianta pioniera e principale, oggi risulta difficilissimo stabilire la linea di confine tra l’areale originario e quindi naturale e quello invece artificiale, fatto sta che solo in Sila sono migliaia gli ettari di pinete da rimboschimento, il che ovviamente arricchisce il patrimonio forestale della specie oltre che il suolo e l’economia della montagna; probabilmente però è stata impiantata anche là dove altre essenze erano più congeniali, questo fattore trova varie considerazioni di merito.
La pianta vegeta normalmente tra i 900 e i 1700 metri di quota altimetrica, preferendo i suoli granitici e derivanti da scisti, molto longevo in Sila ci sono piante che raggiungono i 500 anni di età. Si tratta per come anticipato di una specie pioniera ed eliofila con temperamente termo – xerofilo, si governa ad alto fusto. Di questa specie se ne fanno usi più disparati, dalla produzione del tavolame all’utilizzo nell’industria cartaria e ultimamente avviato in notevole quantità presso gli impianti delle cosiddette “ Biomasse”, che bruciano combustibile vegetale per produrre energia, si tratta di una forma alternativa alle normali e obsolete centrali a carbone, c’è da dire che se da un lato vi e un aumento esponenziale del trasporto su gomma da e per la Sila, verso le centrali ubicate nel crotonese dall’altra và detto che i tagli dei boschi non sono stati cambiati, la legge e i regolamenti forestali sono sempre quelli, sarà cambiato l utilizzo finale del legname, prima destinato alle cartiere e alle tante segherie di cui oggi ne restano davvero poche ancora attive rispetto al passato, il legname dei pini compresi i rami, prima abbandonati nei boschi, con spesso conseguenze disastrose specie in occasione di incendi, ai giorni nostri viene sempre più avviato alla produzione energetica. Molti dubbi e vari commenti sono tuttora in corso in Sila, circa lo sfruttamento intenso dei boschi che pare ripreso a grande ritmo, forse questo è da attribuire al fato che prima, pochi erano i proprietari interessati a tagliare un bosco di pino per via dei ricavi scarsi, mentre oggi, tra la crisi economica e la vendita di tutto il legname, frascume compreso, spinge anche i piccoli proprietari ad avviare tagli per lo più colturali.
Importante sottolineare che esistono diversi eco – tipi indigeni di formazione specifica, si riconoscono essenzialmente per: la formazione edafica (relativamente ai suoli granitici, vulcanici e calcarei), d’altitudine (per la Sila Bottedonato e per l’ Etna Linguaglossa), d’esposizione (versante jonico e tirrenico) e per quanto concerne le razze tecnologiche (il cosiddetto Pino vutullo, un ecotipo presente in particolare nei boschi del complesso della Fossiata, con piante dal durame molto pesante ed impregnato di resina da cui si ricavano le “ tede” o meglio conosciute con il nome dialettale di “ reglie piciuse” ossia parti di durame impregnate di resina e dal tipico colore rossiccio, utilizzate per l’accensione di fuochi e come torce in passato). I pini della Sila sono famosissimi dappertutto, in passato dai romanite, ai tedeschi, agli inglesi etc. hanno depauperato le antiche foreste della Sila ed in specifico i pini silani, scopo la costruzione delle navi per le flotte navali e per gli altri usi utili agli scopi bellici, ricordiamo altresì che dalla Sila partì un fusto dritto e perfetto alla volta della Piazza del Doge a Venezia, scopo, sostenere il gonfalone in una delle piazze più belle del Mondo, oltre tutto i pini silani costituiscono quel paesaggio unico che tinge di nordico una delle regioni più mediterranee della nostra penisola, dandole non per caso l’attributo del “ Grande Nord del Profondo Sud”…in più tutti i viaggiatori che passarono dalla Sila rimasero affascinati e colpiti dalla straordinaria bellezza e maestosità della Sila, cui parte caratterizzante è data proprio dai suoi pini larici, relitto dell’ultimo periodo glaciale, in pratica un resto fossile vivente ancora oggi, sulla terra, essi formano uno dei complessi forestali più estesi ed importanti dell’Italia e dell’intero bacino mediterraneo ovviamente unito alle altre essenze presenti.
Una nota dolente, negli ultimi anni, i pini silani sono minacciati da un lepidottero, la Processionaria del Pino, che attacca e defoglia le piante, si tratta di un parassita e non di una patologia, và detto che i danni specie all’accrescimento e alla produzione legnosa si concretizzano nelle aree marginali e là dove il pino vegeta non nel suo ambiente primario, quindi oltre alle varie forme di lotta attiva, si dovrebbe pensare seriamente a progetti di sostituzione delle essenze forestali con piante più congeniali. La processionaria ha un andamento ciclico e purtroppo è favorita dagli squilibri climatici da qui il perché la si rinviene oltre i 1000 metri, diciamo pure intorno ai 1300, ma ricordiamo che seppur dannosa, essa non provoca mai la morte diretta dei pini, che magari essendo indeboliti possono essere oggetto di altri attacchi parassitari con conseguenze maggiori, un pericolo da sottolineare deve essere ascritto al fatto che le larve essendo coperte di peli urticanti, sono liberatrici di istamina, una sostanza che provoca allergie che nei soggetti più sensibili può portare anche a shock anafilattico, pur se la stragrande maggioranza delle manifestazioni allergiche si presentano con reazioni cutanee locali.
Gianluca Congi |